Un Secondo per Decidere

scritto da Luca C_Max
Scritto 21 ore fa • Pubblicato 9 ore fa • Revisionato 9 ore fa
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Testo: Un Secondo per Decidere
di Luca C_Max

UN SECONDO PER DECIDERE

 

Non ci avevo mai pensato, prima.

Non avevo mai pensato quanto potesse durare un secondo e, in un secondo, quante volte hai il tempo per pensare se risparmiare una o più vite o se donare, invece, una semplice e veloce morte, regalarla al prossimo o a te stesso, nel caso specifico.

Donare ad altri una semplice e veloce morte, per risparmiare la tua semplice, vuota, ed inutile vita.

Una vita fatta di un miscuglio di strani smottamenti interiori, altalenanti iniezioni di voglia di fare e di essere, ondate bianche e nere che arrivano sempre assolutamente in modo indeterministico, nulla di preventivabile, niente di pianificabile; devi, o puoi, solo affrontare il giorno che ti si prospetta di fronte.

E i giorni ci sono ogni giorno, puntualissimi.

Il buongiorno non si vede dal mattino, il buongiorno si vede, intanto, se ti svegli.

Ti svegli in giorni in cui, a volte, piovono grandi emozioni, per poi spesso inciampare in inevitabili fallimenti, il tutto alternato a facili entusiasmi ed immediati abbattimenti.

I motivi sono vari, poco chiari, tutto sta nel fatto che sono così: non costruisco né demolisco, non spendo cifre vergognose, non guadagno numeri di cui vantarsi, bevo ma non mi ubriaco, fumo perché non farlo mi pare da idioti, non fumo molto perché farlo non pare, ma è, da idioti.

Le donne non mi vedono o, forse, sono io che non mi faccio vedere. I maschi mi guardano, ma sono io che non voglio vedere.

Il lavoro, il lavoro… beh, lasciamo perdere.

Sono niente.

Vivo attraverso una vita che ha il sapore di un pranzo da ospedale; non muoio di fame, certo, ma zucchine lesso, purè e petto di pollo ogni giorno, non sono un buon motivo per schizzare fuori dal letto ogni mattina. 

A volte, penso che sarebbe meglio non avere un letto, vivere una vita in piedi, fino al collasso strutturale.

Altre volte, spesso anzi, penso che sia proprio solo un letto che dovremmo avere, e che non valga la pena di alzarsi affatto; meglio marcire di piaghe da decubito come un malato, che marciare nelle pieghe del nulla di cui dubiti.

Ma io sono Niente, non un Malato e, se permettete, c’è una piccola differenza. Meglio essere il Niente.

Come niente, me ne sto sull’autostrada, andando verso Firenze; non vale neanche la pena dirvi cosa stessi andando a fare nella città di quelli con la puzza sotto al naso, amplificata dal freddo e umido che ristagna in quella conca. Erano solamente cinque ore mediamente impegnate, in questo giorno, che pare appartenere alla categoria di quelli dei facili abbattimenti.

Pioggia, freddo e un’autostrada decadente, contribuiscono a rabbuiarmi; l’idea di affrontare la nebbia in quota è un pensiero che non aiuta certo a illuminare.

Si va veloci, nonostante le condizioni non lo permettano, in un giorno talmente medio che non ho neanche voglia di superare, ma neanche di andare piano. Insomma, sto infilato nella corsia di sorpasso, ma appeso al volere di chi sta davanti. 

Davanti ho una bella monovolume carica di bella gente, soprattutto sui sedili posteriori, dove trovano posto due quindicenni, credo, gemelle di sicuro; sembrano uscite fuori da un film, sorridenti, perfette, perse nel loro limbo, fatto di potenti pulsioni adolescenziali e voglia di giocare come piccoli, innocenti bambine.

Chissà a che età l’innocenza ci abbandona per sempre. 

Forse io, innocente, non lo sono mai stato.

Il fatto di non volere superare, manifesta sicuramente la mia totale mancanza d’innocenza, anche se, bisogna dire, a mio discapito, che anche le bimbe lì davanti non mi aiutano a decidere di piantare i fari e chiedere strada.

Inviluppato nei miei pensieri poco profondi, non mi sono accorto da quanto tempo sto incollato lì dietro, a guardare e fare l’occhiolino ai sorrisini e occhiatine che le piccolette mi lanciano.

In mano non hanno bambole, ma le solite diavolerie elettroniche di ogni tipo; pare che telefonare e mandare messaggi debba essere l’unica attività sensata di entrambe, a meno che flirtare con me possa essere considerata un’attività sensata di quindicenni.

Flirtare con me. Grandi entusiasmi e facili abbattimenti, dicevamo, no?

È il mio momento dell’entusiasmo evidente.

Evito abbattimenti repentini, cercando di non pensare a cosa mi avrebbe fatto il padre se si fosse accorto di quanto fossi idiota e malato in modo imbarazzante, in quel momento, e di cosa avrebbe detto a quelle due piccole pesti delle figlie se le avesse beccate a fare le Lolite. Ora stavano facendo video con ipotesi di balletto da caricare sicuramente su TikTok.

Serpeggiando tra vette e valli, creste e ventri, mi accorgo che ci sono lavori in corso poco più avanti, con restringimento della carreggiata molto repentino. Con un’inevitabile inchiodata e quattro frecce immediate, riesco a fermarmi a distanza di sicurezza dalla monovolume davanti, però non a distanza di sicurezza dalle gemelle che, viste ancora più da vicino, sono veramente notevoli. Avevano un futuro assicurato.

Mi accorgo che il camionista in arrivo dietro di me non si sta accorgendo che siamo fermi in fila, forse è pieno di lolite mentali anche lui, ma qui si mette male: sta arrivando ad una velocità preoccupante e le condizioni dell’asfalto mi fanno pensare di dover prendere una decisione immediata. 

Non più di un secondo di tempo.

Butto velocemente un occhio a destra e vedo che, stranamente, siamo tutti in fila sulla corsia di sorpasso, nessuno su quella al mio fianco; posso infilare la prima e schizzare via prima dell’impatto. 

Una gemella mi guarda e sorride, mi fa una foto con l’iPad, riesco anche a mettermi in posa, tutto comincia a puzzare di surreale.

Io, il Niente, posso donare la vita o levarla, tutto in una frazione di secondo. Posso decidere se donare la mia, di vita, in cambio di quella delle due ragazzine.

So che, se tengo il piede ben piantato sul freno, posso fermare in qualche modo l’impatto con il tir; se mi sfilo di lato, a regalare la vita al cielo saranno, invece, loro due.

Loro due come minimo, per la verità.

Non avete idea di quanto duri un secondo.

Non avete idea di cosa significhi, in pochissimi centesimi di secondo, sapere che, dall’essere il nulla, puoi essere un piccolo Dio che può dare e togliere. 

Un piccolo Dio scorretto, che si sfila all’ultimo istante, non mette in condizioni il malcapitato davanti di accorgersi di cosa stia accadendo, come una specie di cupa magia… et voilà!

Levi il telo nero e cosa compare all’improvviso?

La morte certa, da condividere tra lamiere, plastica e vetri.

Una morte certa da condividere, negli anni a venire, con la mia coscienza; una loro morte che potrebbe servire a dare un motivo alla mia vita restante. Forse è una specie di dono per me, per quell’inutilità che sono.

Magari è proprio per questo niente che sono, per questo sfruttare inutilmente il dono della vita, che dovrei restare dove sono, spingendo con forza il freno della loro salvezza.

Avete idea di quanto duri un secondo? A volte meno di un secondo.

Infilo la prima, mi sfilo e butto sulla corsia di destra, con una tempestività impressionante, il botto che sento immediatamente fa rabbrividire. 

Rimango in macchina per qualche secondo, immobile; sento urla intorno e vedo gente con le mani nei capelli. Escono dalle macchine in uno stato di confusione mista alla paura di dover guardare.

Provo a girarmi e mi rendo conto che è meglio non guardare.

Sono vivo per miracolo.

Loro sono morte perché il miracolo me lo sono preso io.

Scendo barcollante, la stabilità non è mai stata il mio forte, ora lo è meno che mai.
Non si distingue bene dove finisce il camion e dove inizi la macchina: sembra un’artistica e sapiente fusione di colori e lamiere.

Mi accendo una sigaretta e trovo un posto dove piangere.

Passano minuti, forse anche ore: sapete quanto durano i minuti, in questo caso?

Se giochi al gioco delle colpe, i minuti diventano elastici e si tendono all’infinito.

Arrivano i soccorsi, sento voci, pianti e frasi sparse di chi deve, per forza, dire qualcosa, per non crollare o esplodere, in situazioni del genere.

“Il camionista era sicuramente distratto o addormentato, fanno orari assurdi e non rispettano i turni imposti...”.

“Sono matti, a mettersi a rifare l’asfalto di giorno, non puoi chiudere le corsie in questo modo...”.

Una donna in lacrime vede portar via due corpi.

“Povere creature, povera famiglia, non l’avranno neanche visto arrivare, il camion...”.

No, ve lo confermo, non l’hanno visto arrivare.

 

 

FINE

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